l’errore e la scuola dei grandi

Nei primi anni ’60 Gianni Rodari pubblicava “il libro degli errori”. Una divertente ed acuta raccolta di storie e filastrocche che hanno come protagonista quell’evoluzione fantastica della parola che a scuola viene normalmente, e comprensibilmente, definita un errore.

… c’è il ponte di cemento amato, il negozio di nobili per ufficio, le cugine economiche e così via… Scrive l’autore nell’introduzione: gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa.

Oggi, a distanza di cinquant’anni, non sarebbe difficile né inutile provare a raccogliere il suggerimento.

Il cammino della conoscenza è segnato da angoli oscuri e circondato da territori inesplorati. Solo l’incespicare degli esploratori testimonia la loro volontà di muoversi attraverso regioni sconosciute, per trasformare in noto ciò che prima era ignoto.

Questo vale egualmente per bambini / ragazzi / adulti che, in un processo di ‘crescita’ che non raggiunge mai un termine, perfezionano i modi del loro agire nel mondo.

Sapere riconoscere l’errore e saperne fare tesoro serve (ci serve) a migliorare il modello di realtà e ad affinare gli strumenti di indagine.

Talvolta, si potrebbe aver modo di scoprire, errate sono le ipotesi e non le conclusioni attese, o talvolta sorprendenti sintesi potrebbero nascere da elaborazioni che, ignare, non seguono le ricette e i dosaggi già acquisiti come validi.

C’è chi ha studiato e scritto che l’evoluzione delle specie animali, tra cui l’uomo, si basa sugli errori nella duplicazione del codice genetico…

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Una comunicazione che non riconosce e valorizza l’errore come strumento di crescita e conoscenza si presta facilmente allo sviluppo di un modello autoritario delle relazioni. Un modello in cui si devono chiaramente identificare la figura di chi sa e quella di chi non sa e quindi una direzione univoca del processo comunicativo.

La comunicazione diviene così un PASSAGGIO di conoscenze e non ESPERIENZA DI APPRENDIMENTO: le conoscenze non nascono ma sono e a monte di tutto il processo c’è l’AUTORITA’ ovvero la Conoscenza Primaria (che sia un dio o un imperatore poco importa). In questo modello non c’è spazio per la scoperta e dai territori inesplorati ci si protegge con alte mura di formule e principii la cui verità non può che essere indiscutibile.

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Grandi e piccoli imparano molto da ciò che percepiscono. Se le parole si prestano così facilmente ai giochi che Rodari ci ha regalato, altrettanto non si può dire del complesso articolarsi di gesti e comportamenti che le accompagnano. Non sarebbe possibile altrimenti iniziare ad apprendere o comunicare con chi ci è distante per storia o cultura.

Questo non è un ‘capire per imitazione’ ma anzi è un ‘capire’ che si avvale degli strumenti più potenti del sottile filo dato dal significato dei termini e dalla loro organizzazione in forme sintattiche. Associazioni, allusioni, sintesi improbabili costruiscono un corredo accessorio che comunemente esercitiamo nel conoscere e imparare l’altro e le cose: il modo in cui facciamo le cose è parte integrante del loro significato.

Così, per fare un esempio, penalizzare l’errore e non valorizzarlo in quanto tale ha l’effetto (non sempre cercato) di propagandare un modello di relazione autoritario.

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L’adulto queste cose le sa, o le dovrebbe sapere. Nella relazione con l’altro a lui sta di decidere come e perché agire e a lui vanno restituite le responsabilità della sua scelta.

Per crescere future donne e uomini responsabili prima di tutto ci vogliono donne e uomini che sappiano essere responsabili ora.

Difendere la scuola oggi significa innanzitutto difendere il diritto degli adulti a rispondere delle proprie azioni e dargli la possibilità di confrontarsi con i propri errori. Significa combattere contro il modello autoritario che è l’assoluta negazione non solo della scuola ma in generale della conoscenza.

La nostra battaglia affinché il “libro degli errori” non si trasformi in “libro degli orrori” è lunga ma, piena di sorprese, e può riservarci grandi soddisfazioni.

Sceglieremo per questa gli strumenti di analisi e di azione che ci sembreranno più efficaci e opportuni ma non dovremo dimenticare mai la domanda a cui stiamo rispondendo.

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In Norvegia è la polizia penitenziaria a stabilire quali sono i criteri detentivi che permettono un migliore processo di re-inserimento: un detenuto per cella, massimo due se ne fanno richiesta, spazi comuni, attività e così via. In Italia se un Fini-Giovanardi qualunque sbatte dentro 10.000 persone per il possesso di qualche grammo di una sostanza sulla cui non nocività non vi sono dubbi ma che ha il difetto di non appartenere alla tradizione del paese, i direttori dei penitenziari fanno spazio nei cubicoli e ‘ammassano’ la loro ‘merce’, col risultato che tra i detenuti c’è una media di 5 suicidi al mese.

tommaso, 8 settembre 2010


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