L’io, il noi, la Storia

Le ragioni dell'altro, di Roberto Silvi e Cecilia Calvi, ed. Colibrì marzo 2004
Le ragioni dell’altro, di Roberto Silvi e Cecilia Calvi, ed. Colibrì marzo 2004

La realtà è un prisma che racchiude in sé una pluralità di facce. Facce differenziate in base all’angolo di osservazione. L’io, il noi, la storia. Tre molecole di un’unica materia che se disgiunte, separate nel loro essere portano necessariamente alla deflagrazione degli elementi che contengono.

Nel caso de “Le ragioni dell’altro” questa deflagrazione conduce ad una netta separazione tra l’io, la “mia” storia, quello che in essa ho provato, sofferto, vissuto anche tragicamente, da quello che essa complessivamente è stata nella realtà dell’Italia di quegli anni: un percorso drammatico e grande che ha attraversato ed ha inciso a lungo sulla realtà sociale e politica in generale del nostro paese.

Drammatico perché ha significato sofferenze, morti, vite messe in gioco dall’una e dall’altra parte.

Grande, perché ha dato ad una parte cospicua degli umili, degli sfruttati, la forza e la capacità di essere protagonisti, quella di non restare solamente ancorati al lamento delle ingiustizie ed angherie subite, ma anche quella di ragionare, scegliere, progettare “l’attacco al palazzo”, mettere il comando ed i suoi uomini nella condizione di doversi difendere e nascondere. Ha messo una parte della classe operaia delle grandi fabbriche (e Romiti se lo ricorda ancora!), dei proletari dei quartieri metropolitani, non nella condizione di subire il comando e le sue angherie, ma piuttosto in quella di un contropotere che imponeva al “nemico” di doversi premunire.

Un bisogno ed un progetto di uguaglianza e di liberazione che sovrastava i suoi protagonisti, le donne e gli uomini che con le loro scelte e la loro pratica lo producevano, per generare uno stato di fatto che nelle sue varie fasi di sviluppo e ricaduta, è durato in Italia quindici anni.

Stefano è uno, uno delle migliaia di donne e uomini che in modo simile e differente hanno percorso e prodotto quella realtà.

L’hanno anche vissuta, con i significati laceranti delle scelte da fare e delle conseguenze da subire, soprattutto dopo la sconfitta, ma infatti qui … andiamo sul personale …

E “Stefano il vecchio” è quello che in un qualche modo fa.

Toccando con mano delicata perplessità, contraddizioni, drammi, che ogni “Stefan-o/ia” ha provato nel proprio io di quel cammino.

Un modo privato di osservare una storia, che proprio per la sua crudezza e la drammaticità della sua conclusione, ha attraversato lo spirito e il corpo di molti dei suoi protagonisti.

Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, direbbe qualsiasi “Stefan-o/ia” giovane ancor oggi… e ancora di più certo, non lo sono quelle sconfitte. Ma anche quest’ultime, sono patrimonio o fardello a seconda del nostro punto di vista da ex “partecipi dell’evento” e non abbiamo il diritto di elevarle o cancellarle a seconda di come soggettivamente ci hanno, o le abbiamo, lasciati/e. Fanno parte della realtà di uno scontro, di un percorso pieno delle sue aspirazioni e delle sue tragedie, dalle quali spetterà agli “Stefan-o/ia” che verranno separarne gli elementi e valutarne gli esiti.

La storia degli anni che gli “Stefano” giovane/vecchio nel dialogo di questo racconto attraversano è quella della loro vita “privata”. È “la vita di Stefano“, in relazione a quegli anni, a quei fatti. Un modo suo, soggettivo di percorrerla, riguardarla al trascorso, ed in riferimento al dramma del suo presente. E proprio per questo nella tenerezza e conflittualità del loro attraversamento con l’occhio del poi, sorge il bisogno di volerla schiacciare ad un passato da lasciare… “Ma prima mi devo liberare di tè” arriva infatti a dire lo “Stefano vecchio” allo “Stefano giovane“.

Ma appunto, è la “sua” storia, anche se storia della vita e del dramma trascorso di una persona che ha ricoperto la parte di un protagonista.

Assieme alla sua come soggetto, è anche la realtà attraversata e vissuta da centinaia, se non migliaia di altri Stefan-o/ia, che hanno sognato in grande, in collettivo, e poi sono finiti nel tunnel della sconfitta, se non della morte – sono stati parecchi – , e del carcere. Finitici non più nel ruolo di combattenti presi momentaneamente dal “nemico”, ma di individui senza più una identità collettiva che dovevano scontarne la “loro” pena, come causa delle scelte intraprese, stretti nell’angusto spazio dell’io. Stefano il vecchio: “Quando non sai più perché rischi la pelle e non vedi più prospettive a quello che fai, diventi vulnerabile, e la galera non è più sopportabile“.

L’inizio della morte infatti è la venuta meno del pensiero e dell’identità collettiva; il sopravvenire di un “io” che diviene centrale, assoluto.

Questa è la profonda e cruda verità per tante delle donne e degli uomini protagonisti di quegli anni e di quei fatti.

Lo è per “Stefano” che arriva al percorso dell’autodistruzione introiettata nel suo essere anche attraverso la malattia.

Essa infatti è “La rappresentazione evidente del mio desiderio nascosto di autodistruzione e di espiazione” giunge a dire.

Nel suo dialogo interiore traspare anche un dubbio, il dubbio sul fatto, sul causato. Dubbio e angoscia che sorgono prima ancora della sconfitta e del riflusso politico: la morte prodotta. Dice infatti Alessandra entrando nel pensiero di Stefano il giovane dopo l’uccisione del direttore: “Ma io lo so perché lo conosco. Lo so che non avrebbe mai potuto togliersi dalle orecchie il gemito del direttore colpito alle gambe e poi al petto. Non avrebbe mai dimenticato l’immagine di sé che, faceva fuoco per tre volte“. Gli fa infatti eco Stefano il vecchio: “L’azione di Bologna è stata come un terremoto nella mia testa. Da allora ogni cosa ha cominciato a vacillare“. Il dramma della morte causata, perché vanno in secondo piano le ragioni, il motivo per il quale l’hai provocata. Forse c’è anche l’errore militare, la reazione spropositata, il senso di colpa per essere “andato oltre” il programmato. Ma la vera causa dell’implosione è il vacillare dei motivi di fronte al fatto. Qualsiasi combattente che si trova di fronte alla scelta di causare la morte altrui, pur mettendo in gioco la propria di vite, vive per forza una grande lacerazione interiore perché non è “l’odio” per l’individuo, “il nemico” in causa in quel momento, a dargli la forza di ciò che sta compiendo, ma la profonda convinzione che il suo atto si relaziona, è parte della tragica e grandiosa storia dell’uomo, la quale ha prodotto e subito migliaia, milioni di morti, di caduti, nel percorso contraddittorio del suo sviluppo. Se viene meno questo, l’atto diviene insostenibile. Stefano il giovane già esso, vive questa lacerazione: “…Non mi potevo fermare. Una volontà più forte di me mi guidava e mi imponeva di andare fino infondo e …anche oltre. (…) Lontano da me” In realtà è una rottura quella che avviene dentro Stefano, la quale lo porta dentro di sé. Scompare, si volatilizza “la ragione”, l’aspetto politico, collettivo della scelta fatta, del compito assunto, finendo per implodere nello Stefano/soggetto in tutta la sua drammaticità.

Un dialogo, un attraversamento della vita quello contenuto in questo confronto che lascia poche possibilità di un’uscita che non sia lacerazione: “Ma prima mi devo liberare di te“.

Io ritengo non ci si “liberi” del passato che questo lo si voglia o meno, e comunque lo si giudichi. Neppure di quello personale.

Ma ancor più ritengo errato nel caso che ci riguarda, volersene liberare.

Volersi “liberare” di un percorso di lotta, di un pezzo di storia che ha attraversato e scosso il nostro paese e che seppur con tutti gli errori commessi, le tragedie e i drammi prodotti, fa parte del bagaglio comunista e rivoluzionario prodotto da donne e uomini che hanno tentato di toccare il cielo con un dito.

Preferisco pensare e sperare di andarne oltre, cambiarne forme, tragitti… Usarlo come un bagaglio di “…coscienza (che) viene a galla come un salvagente

Prospero Gallinari

[prefazione a Le ragioni dell’altro, di Roberto Silvi e Cecilia Calvi, ed. Colibrì marzo 2004]


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