[…] citiamo a modello il “corpo di Bacco” (!), un poco malformato e grassottello, che non ha il tempo né il coraggio di vergognarsi. (anonimo)
Quella del proprio corpo è tra le prime scoperte che il bambino fa di sé e del mondo. Si tratta di una meraviglia, nella maggior parte dei casi fonte di piacere. Una occasione per sperimentare attivamente i propri sensi, annusando e mordicchiandosi i piedi, muovendo braccia e gambe, facendo la cacca o giocando con l’acqua.
Le brutte sorprese arriveranno poco dopo, quando all’estremamente piccolo toccherà accorgersi che non tutto ciò che lo circonda è “il suo corpo”, in particolare che quello della madre è altro da lui, che loro sono esseri diversi. Sarà una esperienza dura, fonte di prematura angoscia, ma per i più, fortunati, sarà l’occasione per iniziare a contare, fino a due, quante sono le mammelle che gli danno il latte buono. Nascono così le altre dimensioni, quella del pensato, del proprio e dell’altrui.
Da lì in avanti il corpo sarà un continuo crocevia di piacere e di dolore, un confine labile tra il materiale e l’immaginario, che costantemente ci ricorda di cosa siamo fatti e ci spinge a cercare una spiegazione. La speculazione, tanto necessaria, non sarà però mai sufficiente.
La chiesa cattolica risolve il problema facendo sparire il corpo di Cristo, che si fece spirito immateriale sfuggendo così dalla sepoltura.
La medicina cinese lo concepisce come luogo dell’equilibrio, costituito da funzioni interdipendenti il di cui benessere è dato dall’armonia delle parti.
In occidente si preferisce sezionare gli organi con un occhio sempre più specializzato e farsi capaci di interventi mirati, degli strike puntuali, rapidi ed efficaci, con poca attenzione all’insieme.
Per fare spazio, le streghe: donne, ostetriche e curatrici, erano state eliminate per tempo, con strumenti chiari e inequivocabili. Si trattava di un pericoloso condensato di fisicità.
Il terreno di questo ‘dialogo’ tra ciò che c’è: braccia, occhi, sangue, movimento, dolore … e ciò che si pensa che sia: forza, bellezza, vita, malattia, gioia e dolore (di nuovo) … è quello della pratica attiva della visione del mondo, con tutte le contraddizioni che si porta appresso.
Qui si manifestano le attenzioni, i pregiudizi, i canoni che cercano di educare, talvolta seguendone l’indole e la predisposizione, ma più spesso forzandone la natura che ostinata e resistente ci ricorda che nonostante le apparenze, siamo vivi. Misura inclemente di una vecchiaia che non sa accettarsi, corpo che non ricorda più di dover morire ma che inesorabilmente lo fa, ogni volta a modo suo. Fonte di piacere sorprendente e misterioso, spesso giudicato con occhio malevolo e censorio.
Il martirio del corpo altrui, e più raramente del proprio, è una porta per accedere all’anima, alla volontà, alla libertà della scelta. La tortura se ne frega del “materiale”, è l’”immaginario” che vuole conquistare. Piagando la vittima ed estorcendone parole e sentimenti.
Non necessariamente si tratta di una operazione cruenta. L’eliminazione del corpo, la sua manipolazione, può avvenire anche attraverso la sua rappresentazione, dai fantasmi de il “Trionfo della morte” ai tabelloni pubblicitari.
Il dominio sul corpo altrui è ostentato come strumento di potere. Vale per il massacro e la tortura ma anche per la loro rappresentazione in una galleria degli orrori a cui ingenuamente non si pensava di potersi abituare. Il corpo macellato va a braccetto con la cinica retorica del dominio del valore, quella della mercificazione. Questa lo trasforma, lo vanifica lo canonizza. Come non siamo e come non saremo. C’è una tensione gigante a far sparire i corpi materiali, ad ostentarne l’eliminazione fisica per mezzo della macchina digitalizzatrice. Una evaporazione che non prevede nessun tipo di resurrezione.
Con lo sviluppo dato alle tecniche il corpo è diventato anche il terreno del possibile, il luogo della potenziale trasformazione. Ciò che è non è più ciò che deve essere, costi quel che costi. Mai come prima oggi l’immaginario può agire sul materiale. Quali e quanti siano gli effetti di retro-azione di questo portato del ‘progresso’ non è questo il luogo per discuterne.
Contemporaneamente, ed in una sempre parziale e precaria conclusione, va detto che resta un punto di resistenza. “Mettere in gioco i propri corpi”, non si dice così?, una espressione che spesso fa sorridere per lo sproposito e lo squilibrio tra parola ed azione, ma che riporta al punto. Il corpo fisico fa molto di testa sua e, quando va bene, insegna al corpo pensato cosa è più giusto ribaltando ruoli solo apparenti.
Soprattutto, ciò che necessita ammirare, è la straordinaria volontà di sopravvivenza espressa dal corpo fisico. La resistenza in vita nonostante le mortificazioni, le umiliazioni, le negazioni, le degradazioni. È una resistenza attiva, una risposta alle aggressioni esterne, che manifesta tenacemente il diritto a stabilire autonomamente che fare di sé.
I corpi, nel loro insieme, sono, per questo, tanto chiave di lettura delle contraddizioni quanto radice di salvezza.
ommot, giugno 2026

