gli amici che tieni

parole a commento del film “La regola del silenzio” (2012) di e con Robert Redford

Unknown-1
Weathermen, “i giorni della rabbia”.
Chicago Ottobre 1969

(CAVEAT: questa non è una recensione, è un commento. Non è previsto il riserbo sulla trama o sul finale che usualmente si adotta nel guidare il lettore alla scelta del film. Se non l’avete visto e volete vederlo fatelo e leggete queste righe dopo, quanto segue potrebbe rovinarvi la sorpresa)

È sempre più facile raccontare le storie che aver a che fare con la storia, anche quella passata. Di per sé questa è una considerazione che non costituisce un problema. Ci sono sempre cose più facili o più difficili a farsi. Quando però i due piani si sovrappongono allora la faccenda può diventare un po’ spinosa.

L’ultimo Redford, “La regola del silenzio” (o il più azzeccato “The Company you keep” dell’originale) questo rischio lo corre e – a mio parere – la scommessa la perde.

Il film prende spunto dalla vicenda, realmente accaduta, di un gruppo di giovani bianchi americani che a partire dalla fine degli anni ’60 organizzarono una serie di attentati contro le istituzioni statunitensi per cercare di frenarne la sanguinosa avanzata imperialista. Sono gli anni della guerra del Vietnam, dei movimenti di liberazione dei neri, del Black Power, gli anni della forte repressione interna: un giovane ucciso dalla polizia alla Berkeley University (15 maggio 1969), 4 studenti uccisi alla Kent State University il 4 maggio 1970, 43 morti tra detenuti e ostaggi durante la rivolta della prigione di Attica (9 settembre 1971) …

Il 21 maggio 1970 un documento intitolato Declaration of a State of War  recita:

I neri hanno combattuto da soli per anni. Sapevamo che il nostro compito era di guidare i ragazzi bianchi alla rivoluzione armata. Non è mai stata nostra intenzione trascorrere i nostri prossimi cinque o venticinque anni in galera. Da quando l’SDS [Students for a Democratic Society] è diventata un’organizzazione rivoluzionaria abbiamo cercato di mostrare come è possibile superare la frustrazione e il senso di impotenza che colpiscono chiunque cerchi di riformare questo sistema. I ragazzi sanno che oggi il gioco è fatto: la rivoluzione investa la vita di tutti noi. Decine di migliaia hanno imparato che proteste e marce sono lettera morta. L’unica strada da seguire è quella della violenza rivoluzionaria1.

È il primo comunicato dei Weathermen in clandestinità. Il 9 giugno dello stesso anno, 19 giorni dopo, la centrale di polizia di New York viene fatta saltare in aria.

La storia dei Weathermen (Weatherman, Weatherwomen, Weatherpeople, o Weather Underground) parte dalla fine degli anni ’60 e dura fino a quando

“Il dibattito interno alle formazioni rivoluzionarie clandestine attraversò l’intero movimento e portò a gravi dissensi, che nella maggior parte dei casi contribuirono al disgregarsi delle organizzazioni che avevano operato contro lo Stato nella prima metà degli anni ’70”2

A quel punto il Wuo (Weather Underground Organization), o ciò che ne resta, confluisce in buona parte nel Revolutionary Armed Task Force (Ratf), “un’alleanza strategica fra elementi clandestini, attivisti politici pubblici, antimperialisti e appartenenti al Movimento di Liberazione Nero”3. Avviene quindi la fusione tra due anime del movimento rivoluzionario americano che erano state sino ad allora abbastanza distinte, benché sempre in forte comunicazione.

Del nucleo storico dei Weather Underground, quindi, alcuni convergono nel Ratf o nel Black Liberation Army, gran parte dei restanti, grazie alle irregolarità compiute dal Fbi nel condurre le indagini4, riescono ad evitare il sistema giudiziario statunitense ed escono dalla clandestinità mantenendo la loro identità e la loro storia, qualcun altro è ancora oggi in galera.

Di tutto questo nel film di Redford praticamente non c’è traccia. La contestualizzazione storica è confinata nei pochi minuti del dialogo tra Sharon Solarz (Susan Sarandon) e Ben Shepard (Shia LaBeouf) che si chiude con un lapidario “abbiamo sbagliato ma avevamo ragione”.

Quel poco di storia che c’è viene piegato alle necessità della trama. Il film, infatti, colloca la vicenda scatenante (una rapina in banca in cui muore una guardia) nei primi anni ’80 (“trent’anni fa”), con riferimento probabilmente al tentativo di rapina di un furgone portavalori a cui seguì uno scontro a fuoco in cui furono uccise due guardie giurate e furono arrestati quattro membri del Black Liberation Army5. Per quanto può contare, e per rispetto alla narrazione degli avvenimenti, i Weathermen “trent’anni fa” non c’erano già più e nei cinque e più anni della loro vita portarono a termine una lunga serie di attentati6 senza provocare alcuna vittima civile né subire perdite né arresti (a parte l’arresto di Linda Evans -aprile 1970- e la morte di tre militanti saltati in aria nel marzo 1970 mentre maneggiavano dell’esplosivo). Questo nonostante l’impegno e muscoli impiegati senza parsimonia dal FBI di Edgar J. Hoover.

Il film, quindi, prende a prestito dalla storia questo gruppo di giovani middle class bianchi che dopo una stagione di fuoco scompare nel nulla, integrandosi e confondendosi nell’America uniforme ed incolore (anche se non necessariamente dovendo celare la propria identità). Ma per poter aumentare la resa cinematografica li sposta qualche anno più avanti (primi ’80 appunto), cancella la questione dei neri, che fa ritornare invisibili, e si associa ad un fatto di sangue marginale che assume centralità solo nella funzione/finzione cinematografica di fare collante tra i personaggi.

Weathermen - Prateria in fiamme, riedito dal CSOA Cox18, Calusca City Lights, COX18Books, Archivio Primo Moroni nel Maggio 2004
Weathermen – Prateria in fiamme, riedito dal CSOA Cox18, Calusca City Lights, COX18Books, Archivio Primo Moroni nel Maggio 2004

Una vicenda indubbiamente interessante come quella dei Weathermen diventa così una questione eminentemente privata, condita in una artificiosa salsa piccante. Però, si dirà, ciò che interessa al regista è altro. Non vuole raccontare una storia di fatti, una cronologia lineare di eventi, un susseguirsi di azioni nella linea di un supposto progredire (verso un futuro migliore, verso la giustizia, verso il baratro a seconda di come la si vuole vedere). Ciò che interessa a Redford è il tessuto di relazioni che questa storia ha attraversato, la solidità dei rapporti che dura, nonostante il rischio della prigione e i trent’anni di tempo per pensarci sopra, e che permette alla trama di sdipanarsi fino al suo lieto fine. Di qui il titolo “The Company you keep”, dove la Company, si intende, è, in un’accezione fordista, la ditta che tieni per la vita.

Si può concordare col fatto che la qualità delle relazioni sia tra gli aspetti più rilevanti in tutta questa, come in molte altre, vicende sociali. Di questo gli stessi protagonisti (quelli veri) ne avevano contezza sin d’allora: nel documento del 1970 già citato prima i Weathermen, senza nascondere un moto d’orgoglio, scrivevano:

Se ci volete trovare, ecco dove siamo: in ogni tribù, comune, dormitorio studentesco, fattoria, baracca dell’esercito e appartamento dove i ragazzi fanno l’amore, fumano ‘erba’ e caricano le pistole – in tutti questi posti i fuggiaschi dell’America possono liberamente andare.

e ancora

Terry è morto, Linda è stata catturata da un informatore dei porci, ma il resto di noi va e viene liberamente in ogni città, dovunque esistono liberi aggregati di giovani in questo paese. Non ci nascondiamo, ma siamo invisibili.7

Però, tolto dal contesto storico e trasformato in una vicenda eminentemente privata anche questa trama di relazioni cambia un po’ registro, e la Company non è più la stessa …

Nel film i ‘reduci’ sembrano più interessati a tenersi al sicuro, a ricordarsi che loro quel giorno ‘non c’erano’, e, con gentile disponibilità, guidano verso l’altare del sacrificio la vittima di turno, Mimi Lurie (Julie Christie), la macchiettistica figura di una donna ideologicamente irriducibile, al momento contrabbandiera di marijuana, ex femme fatale, sostanzialmente un carattere un po’ insensibile e rompicoglioni.

I nostri restano sani e benestanti, restano amici e si aiutano perché sono stati amici e si sono aiutati – e inguaiati – un tempo, anche qui il privato trionfa sino al paradosso ‘commovente’ di includere nella ditta il poliziotto incaricato (allora) delle indagini per la rapina e l’omicidio. Egli infatti protegge, anzi adotta, la piccola figlia del protagonista (Jim) in fuga (proprio a causa di quella rapina) in nome dell’amicizia tra la sua famiglia (del poliziotto) e quella della madre della bambina (la pasionaria rompicoglioni). Chiaro che se si mescolano i ladri con le guardie la Company non rimane più la stessa di prima. I nostri amici, tutti in forma, in salute e bianchi (mentre guarda caso è nero l’ispettore scemo del Fbi) costituiscono un clan di reduci che tiene insieme il criminale e il porco, legati tra loro dal medesimo moto affettivo, dallo stesso senso di umanità, che forse è effettivamente riassumibile per tutti con le parole “ho sbagliato ma avevo ragione”. La storia passata è scomparsa o trasmutata. Un baratro li separa da ciò che sono stati. Tutti loro osservano – fin che serve – “la regola del silenzio”, non come quel Bill Ayers, che dei Weathermen ha fatto realmente parte, che ha realmente adottato la figlia di David Gilbert e sua moglie Kathy Boudin arrestati per la Brink’s robbery (1981) e che, ignaro della regola, racconta, senza vergogna né pentimento, la sua storia dei Weather nel bel libro Fugitive Days8 (la cui copertina, per altro, si vede nelle prime scene del film).

Bill AyersFugitive Days – Memorie dai Weather Underground,  Cox18Books, 2006
Bill Ayers
Fugitive Days – Memorie dai Weather Underground, Cox18Books, 2006

Ma si sa, Bill Ayers è amico di Obama, mentre David Gilbert è ancora dentro perché non si è pentito e certi dettagli potrebbero imbarazzare l’establishment. Una vicenda di buoni sentimenti che si chiude con il trionfo della giustizia (e non solo di quella del tribunale ma della giustezza etica e morale) è molto più tranquillizzante. Permette di digerire il passato senza troppi mali di pancia.

Quindi l’eroe positivo si farà in quattro, approfittando della Company (di questa nuova Company), per salvarsi il culo mandando in galera qualcun altro al suo posto. E, incredibile a dirsi, ce la farà convincendo, di fatto, la sua ex a farsi arrestare e a scagionarlo.

Alla fine sono tutti contenti: l’Fbi per prima che ha raggiunto l’obiettivo di consegnare, seppur tardivamente, un altro mostro alla giustizia (il giudizio è eterno, la pena inclemente, la condanna, prima o poi, è certa); il giornalista che vede trionfare la libertà di inchiesta; Jim Grant che evita la prigione; sua figlia Isabel Grant (Jackie Evancho) che ha di nuovo un padre; Mimi Lurie che trova finalmente il modo di trasformarsi ai nostri occhi da rompicoglioni a donna sensibile e responsabile e Sharon Solarz (Susan Sarandon) che da trent’anni pensava di costituirsi e finalmente (per lei) ora è in prigione.

A questo punto a noi resta tutto il tempo e la leggerezza di spirito di dedicarci alla scritta vista sulla bella giacchetta nuova che Jim indossa nel suo rifugio ai confini col Canada prima dell’ultima inutile e disperata fuga, al top del climax del film. Una scritta su cui la telecamera indulge con apparente noncuranza: “Reebok”.

I Weather Underground avevano fatto loro lo slogan “portare la guerra in casa”, nel frattempo qualcuno li ha presi in parola e l’ha fatto con scientifica determinazione. Ma questa è un’altra storia.

tommaso gennaio 2013

1 Black people have been fighting almost alone for years. We’ve known that our job is to lead white kids into armed revolution. We never intended to spend the next five or twenty-five years of our lives in jail. Ever since SDS became revolutionary, we’ve been trying to show how it is possible to overcome the frustration and impotence that comes from trying to reform this system. Kids know the lines are drawn revolution is touching all of our lives. Tens of thousands have learned that protest and marches don’t do it. Revolutionary violence is the only way.

2 Da Dopo “Praire Fire”: un aggiornamento sulla storia dei Weathermen. Di Giuseppe “u_net” Pipitone, in Weathermen – Prateria in fiamme, riedito dal CSOA Cox18, Calusca City Lights, COX18Books, Archivio Primo Moroni nel Maggio 2004.

3 idem

4 Le attività condotte dal COINTELPRO (Counter IntelligenceProgram) diretto da Edgard J. Hoover furono considerate illegali e le prove prodotte da questa organizzazione non furono ammesse nei tribunali.

5 È la Brink’s robbery del 1981. Per quella rapina vennero arrestati, tra gli altri, David Gilbert e sua moglie Kathy Boudin, precedentemente membri dei Weather Underground. In quell’occasione la loro figlia Chesa Boudin venne affidata a Bill Ayers, altro ex membro dei Weather Underground, che la adottò. Kathy Boudin è uscita di prigione nel 2003 mentre David Gilbert, condannato a 75 anni, è ancora detenuto. Per la legge statunitense non avrà diritto a chiedere la libertà condizionale fino al 13 ottobre 2056.

6 Sono stati compiuti dai Weather in clandestinità i seguenti attentati con esplosivi:

– Per rappresaglia contra i più crudeli attacchi criminali condotti contro il popolo nero e del Terzo Mondo, soprattutto da parte dell’apparato poliziesco:

 Statua della polizia ad Haymarket, Chicago, ottobre ’69 e ’70’
Automobili della polizia di Chicago, dopo l’assassinio di Fred Hampton e Mark Clark, dicembre 1969.
Quartiere generale della polizia di New York City, giugno 1970;
Il tribunale della contea di Marin, dopo l’assassinio di Jonathan Jackson, William Christmas e James Mc Clain, agosto 1970;
Il tribunale di Long Island, nel Queens, per manifestare solidarietà con le rivolte delle carceri avvenute a New York City, ottobre ’70.
Il Dipartimento penale di San Francisco e l’ufficio dell’amministrazione carceraria di California a Sacramento, per l’assassinio di George Jackson a S. Quentin, agosto 1971;
Il Dipartimento penale di Albany, New York, per l’assassinio e l’assalto contro i prigionieri di Attica, settembre 1971;
103° distretto della polizia di New York City, per l’assassinio diClifford Clover, 2 maggio 1973.

– Per distruggere e suscitare agitazioni nei confronti dell’aggressione e del terrorismo degli Stati Uniti contro il Vietnam e il Terzo Mondo:

Centro di ricerche belliche per gli affari internazionali ad Harward, Proude Eagle Tribe (brigata di donne), ottobre 1970;
Campidoglio degli Stati Uniti, dopo l’invasione del Laos, marzo 1971;
Centro di ricerche Mit, ufficio di William Bundy, Proud Eagle Tribe (brigata di donne), ottobre 1971;
Il Pentagono, dopo il bombardamento su Hanoi e la collocazione di mine nei porti del Nord Vietnam, maggio 1972;
Centri di leva e reclutamento;
Edifici Rotc;
Quartier generale del ITT latino-americana, dopo la contro rivoluzione fascista nel Cile, settembre 1973;

– Per smascherare e far convergere l’attenzione sul potere e sulle istituzioni che con più crudeltà opprimono, sfruttano e ingannano il popolo.

Quartier generale della Guardia Nazionale, Washington, D.C., dopo gli assassinii alla Jackson State University e alla Kent State University, maggio 1970;
La base di presidio militare e il distaccamento di polizia militare, San Francisco, 26 luglio 1970;
Uffici federali dell’Hew (Salute, Istruzione e Assistenza pubblica), (brigata di donne), San Francisco, Marzo 1974;
Liberazione di Timorhy Leary dalla colonia penale di California, San Luis Obispo, settembre 1970.

[da Prairie Fire, Weathermen, maggio 1974 in Weathermen – Prateria in fiamme]

7 Quello della pervasività del movimento rivoluzionario negli anni ’70 e del suo radicamento sociale è un tema che riscuote poco successo da parte di storici e di narratori. Questo vale anche per l’Italia nella cui storia di quegli anni ci sono degli evidenti echi con quanto successo negli Stati Uniti. Si veda, a proposito, la vicenda del secondo arresto di Prospero Gallinari (24 settembre 1979) narrata da lui stesso nel libro
Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Bompiani 2006 (http://insorgenze.wordpress.com/2013/01/14/prospero-gallinari-quando-la-brigata-ospedalieri-lo-accudi-al-san-giovanni/)

8 Bill Ayers,
Fugitive Days – Memorie dai Weather Underground 
(Cox18Books, 2006)