Di vita non si muore

Di vita non si muore
un film documentario su Carlo Giuliani

Simulo speranza,
suscito sconforto,
seppellisco saggezze sfrenate
,
scalcio sicurezze
sapienze senza significato, sputtanate.

“Scètate!”

Carlo Giuliani, 2000

Il film “Di vita non si muore” [Claudia Cipriani, 2023, ghirofilm] porta con sé un messaggio potente.

Partendo da un’angolatura particolare, che si potrebbe chiamare “felice” se non fosse per la storia che racconta, che felice proprio non è, dà voce a una generazione, o almeno alla consistente parte di una generazione, in un momento cruciale della storia.

In esso si possono riconoscere vicende, tratti, esperienze, ‘tipi’. Figure di spicco, grandi temi, circondati da silenziose ma importanti esistenze che apparentemente scivolano nel nulla mentre invece lasciano un solco che cerca, e da cui talvolta nasce, la vita.

Questa ricostruzione di una delle pagine dure del dopoguerra corre lungo tre binari, il volare alto del movimento, con il senso e le ragioni ‘ufficiali’ delle centinaia di migliaia di persone che quel giorno c’erano, la prospettiva del potere, che difende manu militari le sue prerogative, senza accorgersi che il processo della sua decomposizione è già in atto, e il cammino più lento di uno di loro, quasi il più inutile e in apparenza estraneo, ma che è proprio quello che pagherà il prezzo più alto. La Storia (maiuscola) si mischia con la storia (minuscola), il film destruttura e ricostruisce pezzi di memoria. Lo scopo è superare la narrazione mitologica e ridare voce al cuore che batte.

In mezzo, la cronaca.

È molto probabilmente vero quel che vien detto nelle prime scene, cioè che a Carlo non avrebbe fatto piacere avere il nome scritto sui muri di tutte le città, che non avrebbe voluto diventare celebre, e tantomeno essere Il protagonista di un film. Lui cercava il senso dell’essere più che dell’apparire. E cercava sempre.

Le parole che “Di vita non si muore” ci propone su Genova 2001 riescono, a distanza di vent’anni, ad essere nuove. Saltano a piè pari la ricerca di un affondo – storico, politico o morale – sulla violenza militare – “sulle violenze” su cui si sono spesi (a volte utilmente) fiumi di pagine ma che, qui, sono un elemento oggettivo, “fattuale” come direbbe oggi un uomo di vent’anni. Carlo viene ucciso tra un “da dove si viene” e un “dove si va”. Sotto la pur importante memoria di superficie resta la violenza quotidiana dell’esistenza “ordinaria” e la fatica di trovare un senso, il gusto della vita, la prospettiva di un futuro migliore, un posto nel mondo.

Il risultato è molto forte.

E ci sono parole profonde, non solo nelle poesie di Carlo ma anche nei racconti di Elena, degli amici e nei commenti di Claudia.

Le immagini sono a tratti dolci, a tratti taglienti e talvolta entrambe le cose insieme.

Il mare aiuta a respirare, così gli alberi, il bellissimo Forte Sperone, con la sua sequenza di stanze vuote, ma ancor più i vicoli, il tutto a voler evocare il legame con un passato la cui frequentazione è oggi ancora utile, necessaria.

Bravi tutti, ragazze e ragazzi [Alizée, Andrea, Bianca, Chiara, Cosimo, Ernesto, Filippo, Giuseppe, Livia, Luca, Milo, Teo, Tommaso, e tutte le altre e gli altri], molto efficaci per come camminano, nel loro gesticolare, o quando sorridono con quella espressione vagamente interrogativa e triste che costituisce una linea di continuità tra il 2001 e oggi.

Ommot gennaio 2024


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